Episodio 16 · 27 settembre 2026 · 1h 10min

L'Ingegnere che Convinse la NASA a Provare un'Idea Folle su Marte

Adam Steltzner ha guidato la squadra che nell’agosto 2012 ha fatto atterrare Curiosity su Marte: un rover grande come una Mini Cooper, posato con una manovra mai tentata prima. The Right Kind of Crazy è il suo memoir, inedito in Italia.

Al liceo andava bene solo in teatro. Dopo il diploma lavora in un negozio di alimenti naturali e suona il basso in una band. Una sera, guidando verso un concerto, vede la costellazione di Orione a est. Dopo mezzanotte, tornando a casa, la ritrova a ovest, e si chiede come funzioni davvero quel movimento. Da quella domanda parte tutto: il College of Marin, la fisica, Caltech e un primo colloquio al Jet Propulsion Laboratory della NASA che finisce con «la porta la trova da solo».

Poco dopo un altro responsabile del JPL lo richiama, e questa volta Adam entra. Comincia come analista, a controllare se reggono i progetti disegnati da altri. Non è il lavoro che sognava, ma è mille volte meglio del negozio: finalmente fa qualcosa di reale.

La svolta arriva con un progetto per agganciare una cometa. La squadra è nel caos e Adam, senza che nessuno glielo chieda, fa un passo indietro, scompone il problema in pezzi e aiuta gli altri a risolverlo. Da quel momento al JPL smettono di vederlo come un semplice analista.

Qualche anno dopo lavora all’atterraggio dei rover Spirit e Opportunity. A un anno dal lancio provano il paracadute lasciandolo cadere da un elicottero: si apre ed esplode, e nessuno capisce perché. Dopo mesi di prove la soluzione la trovano, e nel 2004 i due rover atterrano su Marte.

Con Curiosity, però, il problema è ancora più grande: il rover è così pesante che nessuno dei sistemi usati fino ad allora può farlo atterrare. L’idea che lui e la sua squadra propongono sembra uscita da un cartone animato, un razzo che scende sopra Marte e cala il rover appeso a dei cavi, ed è da qui che viene il titolo del libro: il giusto tipo di follia.

Dopo dieci anni di lavoro, la notte dell’atterraggio Adam e la sua squadra possono soltanto guardare gli schermi e aspettare che da Marte arrivi un segnale.

Trascrizione 1h 10min Fonti 5 fonti citate · approfondimenti

Dieci riflessioni principali dall'episodio

1

"Quando stai risolvendo un problema o inventando qualcosa di nuovo, o anche solo reinventando qualcosa di vecchio, puoi ritrovarti bloccato, senza che nessuna soluzione sembri praticabile. È un processo frustrante e terrificante, soprattutto se hai una scadenza con una data di debutto del prodotto inamovibile, fissata dalla meccanica celeste. Quel luogo è ciò che io chiamo la Stanza Buia."

2

"La cosa più dura della Stanza Buia è che non sai se è il buio prima dell'alba o il buio prima del nero assoluto. Gli ormoni dello stress scorrono a fiumi, quindi la motivazione a insistere non manca. La sfida è evitare il senso di disperazione."

3

"Tom Rivellini mi ha ricordato il vecchio detto: “Il codardo muore mille volte”. C'è tutto il tempo per affrontare “il peggio”, se mai si arriverà a tanto, quindi è inutile correre avanti dando per scontato di esserci già arrivati. Oggi alle mie squadre dico: “Continuate a lavorare e basta, e se la morte verrà a farci visita, che ci colga di sorpresa”. Dove ci sono volontà e ingegno, una strada c'è sempre stata."

4

"Tenere stretto il dubbio significava ascoltare tutto ciò che il problema aveva da dire, senza fare supposizioni e senza impegnarmi in un piano d'azione basato su di esse, finché la verità più profonda non si presentava da sola."

5

"Sviluppare qualcosa di nuovo e originale è un processo non lineare. Farne parte, come membro o come leader di una squadra, può generare ansia, perché non sappiamo dove sta andando e non sappiamo se troveremo davvero una soluzione che funzioni o che risponda ai nostri bisogni. La tentazione di mandare in cortocircuito il processo della squadra è forte. È solo tenendo stretto il dubbio che possiamo permetterci di capire fino in fondo il problema che stiamo risolvendo e di sviluppare fino in fondo la soluzione."

6

"Col tempo ho scoperto che gran parte di ciò che mi impedisce di vedere l'universo com'è davvero viene da me. L'entusiasmo, l'orgoglio, i preconcetti su come dovrebbe apparire l'universo, tutto questo mi si mette di traverso, ma l'ostacolo più frequente è la paura. La paura di non essere all'altezza, la paura di non riuscire a trovare la risposta alle domande aperte, la paura di deludere gli altri, la paura di rimpicciolire agli occhi degli altri e nella mia stessa stima: tutte queste cose possono frapporsi tra me e la comprensione."

7

"Non avevo un piano di gioco preciso. Mi limitavo a seguire la mia curiosità. Avevo lasciato cadere ogni aspettativa su dove i miei sforzi potessero portarmi. Di sicuro non mi aspettavo un grande successo. Non aspettavo più di diventare Elvis Costello. Facevo semplicemente del mio meglio per conoscere il mio mondo e l'universo attorno a me. In un certo senso stavo partendo dal basso, dal pianterreno, dalla verità fondamentale dell'universo fisico, con la speranza di costruire a partire da lì."

8

"In effetti, se vogliamo trovare ciò che cerchiamo, è la nostra curiosità che dobbiamo mettere in gioco ed è la nostra paura che dobbiamo tenere a bada, o lasciare andare. È come se esistessero due forme di processo decisionale: quello basato sulla paura e quello basato sulla curiosità."

9

"Una delle mie citazioni preferite di Teddy Roosevelt è: “Di gran lunga il miglior premio che la vita offre è la possibilità di lavorare sodo a un lavoro che vale la pena di fare”. Mi sento molto fortunato a poter pensare che il lavoro che faccio valga la pena di essere fatto. E mi sento molto fortunato anche a lavorare su una scala che richiede alle persone di collaborare, in squadra. Apprezzo il lavoro di squadra al punto da aver elaborato una mia variazione sulla frase del signor Roosevelt: “Che le grandi opere richiedano molte persone che si uniscono è uno dei grandi premi che la vita ha da offrire”."

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"Il trucco è mostrare leadership, guidare, senza doverla rivendicare né soggiogare gli altri. È la leadership intesa davvero come una funzione di servizio, come un dono al gruppo."